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lunedì, febbraio 21, 2011

Umberto Guidoni e la scienza tradita

Perchè i paesi più evoluti investono in ricerca mentre in Italia si tagliano i fondi?

In attesa dell'uscita del suo ultimo libro "Dalla terra alla luna" pubblicato dalla Di Renzo Editore, Umberto Guidoni, astronauta e astrofisico, sarà impegnato il 16 marzo alle 20:30 presso il circolo Fuori Orario di Taneto di Gattatico (Reggio Emilia) per discutere sulla ricerca tradita dall'Italia.

Per maggiori informazioni:
http://www.arcifuori.it/programma/default.asp

martedì, novembre 24, 2009

Meglio scappare all'estero

È l'opinione del professor Francesco Paresce, astrofisico e nipote dell'inventore del telegrafo senza fili, che ha trascorso 40 anni negli Stati Uniti. Francesco Paresce ha 69 anni, quaranta dei quali trascorsi negli Stati Uniti. Proprio come suo nonno se ne andò dall'Italia giovanissimo, per tornarvi solo alla fine della carriera.
Ha lavorato presso università americane, come quella di Berkeley e lo Space Telescope Science Institute di Baltimora, e ha ricevuto diversi premi dalla Nasa. Attualmente vive in pensione a Bologna. Resta ricercatore associato all'Inaf, l'Istituto Nazionale di Astrofisica, e consulente dell'Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, per il progetto Hubble Space Telescope. Si tratta del telescopio spaziale orbitante intorno alla terra lanciato nel 1990, e a cui Paresce ha lavorato fin dal 1982. Nel 2005 ha pubblicato anche un libro divulgativo sulla sua attività, Tra razzi e telescopi, pubblicato da Di Renzo Editore.
Guglielmo Marconi, Suo nonno, morì a Roma nel 1937 quando Lei non era ancora nato. Che opinione si è fatto di lui secondo i racconti di Sua madre?
In Italia viene considerato spesso un mago, un genio, qualcuno fuori dalla norma, ma io non sono d'accordo. Mio nonno era una persona normale che però si impegnava molto, che aveva un'idea fissa e la perseguiva con passione. Considerarlo un "genio" è un alibi dei giovani per non impegnarsi con altrettanta passione negli studi scientifici.
Anche il regime fascista contribuì a mettere il personaggio sul piedistallo, non trova?
Il regime l'ha utilizzato ai suoi fini di propaganda. Quando Marconi è tornato in Italia dall'Inghilterra aveva già fatto le sue più importanti scoperte, era un 50enne affermato e celebrato. Aderì al regime sperando di ottenere appoggi materiali, per esempio per fondare una scuola, ma poi non ebbe nulla. Anche il fatto di avere sposato in seconde nozze una donna molto più giovane e con una famiglia vicina agli ambienti vaticani avrebbe potuto aiutarlo, ma non fu cosi. Sembra che dieci anni dopo, poco prima di morire, volesse tornare a Londra.
Fu in Gran Bretagna che riuscì a farsi finanziare gli esperimenti per il telegrafo senza fili, e dove raggiunse la fama. Un ennesimo esempio del fatto che l'Italia non riconosce il valore dei propri cittadini, costringendoli a espatriare?
In questo caso si tratta di una leggenda postuma: si dice che prima di partire per la Gran Bretagna avesse scritto al Ministero delle Poste italiano, ma non c'è alcuna prova di questo. In verità partì per la Gran Bretagna a poco più di vent'anni perché la madre inglese, Annie Jameson, aveva parenti facoltosi e ben introdotti, che gli facilitarono i contatti col Ministero delle Poste Inglese. Inoltre, l'impero britannico all’epoca era esteso a livello planetario, e la Marina Inglese si sarebbe enormemente avvantaggiata con una tecnica di comunicazione senza fili.
Quindi anche la fortuna ebbe un ruolo importante?
Senza coraggio, la fortuna non arride. Fu molto coraggioso perseguire con tenacia la sua idea e i suoi esperimenti, sfidando lo scetticismo degli scienziati dell’epoca. Il suo motto fu lo stesso di Galileo: «Provando e riprovando...». Ossia prima provare, e poi capire. Inoltre non è facile partire a vent'anni per un Paese straniero, dove sarebbe stato visto con sospetto in quanto italiano e in quanto assolutamente privo di titoli di studio.
Anche Lei, pur essendo italiano, ha lavorato per 40 anni negli Stati Uniti, andando via subito dopo la laurea. Cosa consiglia a un giovane laureato italiano che aspira alla carriera scientifica?
In Italia non si dà spazio ai giovani perché siamo un Paese gerontocratico. Consiglio quindi a un giovane di fare l'università in Italia e poi di scappare all'estero, con la coscienza che non tornerà più. Perché nel frattempo, mentre si fa il dottorato o il post-dottorato all’estero, tutti i portaborse hanno preso i posti disponibili, e se li tengono con le unghie e con i denti. Anche perché sanno di non averli conquistati con il merito, sanno quindi di non sapere.
Lei ha lavorato come astronomo in varie università e istituti di ricerca americani, e nel 1990 ha vinto un posto all'Osservatorio di Torino, dove è restato solo tre anni. Che bilancio fa di questa breve esperienza nel nostro Paese?
Cercai di coinvolgere l'Asi (Agenzia Spaziale Italiana) in un progetto di collaborazione con la Nasa, un ottimo progetto dal punto di vista scientifico, per il quale l'Asi avrebbe dovuto contribuire con 5 milioni di euro. Ma fu un fallimento: l'Asi scelse di dare la priorità a un progetto russo per un telescopio Suv, progetto palesemente senza futuro, pur di tenersi i soldi e sperperarli. L'Italia ancora una volta si diede la zappa sui piedi, perdendo una grossa opportunità. Questo è il modo di procedere abituale dell'Asi. È successo di nuovo recentemente alla fine del 2008, quando si è ritirata da un analogo progetto con la Francia, il Simbolix. Gli interessi dell'Asi sui programmi scientifici sono in assoluto declino. Pensi che l'Asi riceve 600 milioni di euro l'anno, e nessuno sa dove finiscono. Non devono rendere conto a nessuno.

Il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica non dovrebbe controllare Ingestione dei 600milioni di euro annuali dati all'Agenzia Spaziale Italiana?
No, il Ministero non controlla gli enti perché non è interessato alla ricerca. Il loro motto è: «Diamogli quei soldi, e che poi si arrangino». Col sistema italiano, la ricerca e gli enti non vanno da nessuna parte. Prima del G8 erano previsti dei "pre-G8", ossia incontri informali, tra cui uno sulla ricerca. Ebbene quest'ultimo è stato annullato una settimana prima. Un altro esempio: dovevano dare 30 milioni all'università di Bologna? Da un giorno all'altro sono spariti, finiti nel calderone dell'Alitalia.

Si dice che il problema della ricerca consiste nella scarsità di risorse destinategli dal nostro Paese.
Non è unicamente un problema di soldi, si tratta anche di un problema di organizzazione. Nella ricerca italiana bisognerebbe applicare due criteri: meritocrazia e competizione. Quando ero all'osservatorio di Torino, per favorire la meritocrazia pensammo di introdurre un comitato di valutazione esterno che intervenisse ogni 5 anni, come si fa negli altri Paesi. La proposta fu accolta con disdegno, perché c'era troppa gente che non combinava niente. Perciò, è un vero miracolo quando un centro di ricerca italiano consegue dei risultati. Immagini come potremmo lavorare bene, se ci fosse un po' di organizzazione!
[Dalla Rivista 50&più di Ottobre 2009]
Per approfondire:

lunedì, settembre 21, 2009

La gioia di fare ricerca

di Paola Scarpelli, studentessa

18 marzo 2009 – Aula Magna MaestrePie
Lezione del prof. Francesco Paresce tenuta agli allievi del Liceo Renzi, a quelli svedesi del Liceo Haganässkolan di Älmhult e a quelli tedeschi della Gerhart-Hauptmann-Schule di Griesheim.

Il prof. Paresce, fisico ed astronomo, nipote di Marconi, attraverso il racconto del suo affascinante percorso di vita e di scienza, trascorso Tra razzi e telescopi (Di Renzo Editore, Roma, 2005) ha spiegato perché è convinto che la teoria ci può solo indicare la direzione da seguire, ma che soltanto l’osservazione e le misurazioni possono guidarci nella ricerca scientifica.

Prima di fare una qualunque considerazione sulla ricerca, è necessario rispondere ad alcune domande che permettano di chiarire che cosa realmente si intende con questo termine, dalle cui risposte si può iniziare a riflettere affrontando alcuni dei temi-chiave legati alla ricerca scientifica che oggi, soprattutto in Italia, sembra non trovare lo spazio necessario.
La ricerca è essenzialmente l’osservazione obiettiva e spassionata dell’universo in cui viviamo utilizzando il metodo scientifico inteso da Galileo come unione di sensate esperienze e necessarie dimostrazioni.
L’uomo, con occhi più o meno critici, tende ad osservare ogni fenomeno che lo circonda, un po’ per istinto, un po’ per curiosità. E sono proprio i nostri sensi, ovvero l’istinto, accompagnati da un interesse teorico, ossia la curiosità, che fanno nascere in noi il bisogno delle necessarie dimostrazioni di cui parlava Galileo.
Alle domande fondamentali della vita – chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando, che senso ha la nostra vita nell’universo – lo scienziato cerca risposte nella natura, usando il metodo scientifico, convinto che questo sia l’unico modo a disposizione dell’homo sapiens sapiens per organizzare razionalmente e pacificamente la nostra società, ma soprattutto per trovare una ragione chiara e universalmente condivisa della nostra vita su questa terra.
Come disse un famoso teologo, Se la vita fosse solo quella che vediamo, tutto sarebbe una passione inutile tutti saremmo condannati a una fine senza scampo e ogni gioia sarebbe vana.

Gli scienziati, invece, sono spinti nel loro lavoro dalla gioia che scaturisce dall’osservazione attenta della realtà circostante munita di rispetto, umiltà e pazienza, senza preconcetti, con spirito positivo ma scettico.

Così è fatta la scienza, per fortuna. Sempre alla ricerca di una spiegazione migliore e di una modalità interpretativa dei fenomeni realmente efficace, sulla base, naturalmente, delle informazioni disponibili. La teoria, a volte, può indicare la direzione da seguire, ma sono solo l’osservazione e le misurazioni che permettono di progredire nella ricerca della verità. Ricordandosi sempre, però, che quest’ultima è relativa. In altre parole è possibile affermare che l’utilità della scienza risiede semplicemente ed esclusivamente nell’aiutarci a distinguere il “probabilmente vero” dal “sicuramente falso”. (Francesco Paresce, Tra razzi e telescopi, Di Renzo Editore, Roma, 2005)

Davvero grande è il progresso di cui la scienza è stata protagonista in particolar modo in questi ultimi anni, ma tante sono le domande a cui si cercano ancora risposte. Cercare di risolvere questi misteri, è ora compito di noi giovani, perché ognuno di noi può diventare scienziato! Secondo Paresce, basta un po’ di fiducia in se stessi, una buona dose di curiosità ed entusiasmo che spinga a domandarsi sempre il perché delle cose, il necessario scetticismo che faccia dubitare di quanto viene raccontato, un’ottima padronanza della lingua inglese e la disponibilità, se necessario, a partire per lidi lontani approfondendo così le proprie conoscenze. Insomma, il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura della scienza ma anzi bisogna avvicinarla e praticarla, perché può essere - appunto - fonte di una grande gioia.
Lui ci crede e noi?
Beh, basta provare e … riprovare!

lunedì, aprile 27, 2009

La scienza tradita

Il capo della delegazione Ps a Strasburgo Maria Pia Locatelli ha presentato una relazione al Parlamento Europeo per promuovere il rientro dei ricercatori creando un “mercato unico della ricerca”, la sua relazione è stata approvata con 512 voti favorevoli. La carenza cronica di "cervelli" in Europa è dimostrata chiaramente dalle statistiche: l'Unione dispone di ricercatori pari al 5,36 per mille della popolazione attiva, contro l'8,66 per mille degli Stati Uniti e il 9,72 del Giappone. In Europa il primo Paese a contare il maggior numero di ricercatori è la Svezia con 13 ricercatori ogni mille lavoratori, inutile affermare qual è il paese con meno ricerca, ovviamente l’Italia con meno di 3 ricercatori ogni mille lavoratori. Cercare nuove possibilità per agevolare il rientro dei ricercatori europei che hanno trovato “fortuna e sostegno” al di fuori dell’Unione Europea. L’idea è quella di creare nuovi network, gruppi di scienziati e ricercatori come Gruppo 2003 e “scienza in rete”, ma si dovrà anche capire se un incentivo economico, la possibilità di “fare carriera” o meglio ancora i vantaggi fiscali sia il modo giusto per far tornare i cervelli che hanno già preso il volo.
Siamo andati oltreoceano a cercare una giovane "ricercatrice" che si è allontanata dall'Italia, è tornata ma poi spinta dalla voglia di "sviluppare la sua personale ricerca" è tornata in America. Abbiamo incontrato Laura Soucek, giovane ricercatrice italiana che come molti ha preso la palla al balzo per far valere le sue capacità. Nel suo profilo di Linked si legge:
Amo la scienza in generale, ma la ricerca sul cancro, in particolare. Credo che un giorno sarà per sempre sconfitto e ho bisogno di cercare un nuovo posto di lavoro. Questa sarà una buona giornata! Mi piace anche la lettura e viaggiare e mi affascina la natura in tutte le sue forme.
Ciao Lura, Da quanti anni hai lasciato l’Italia per approdare in America?
Ho lasciato l'Italia per la prima volta nel 2001, con una borsa di studio del CNR integrata dall'Universita' della California (la borsa di studio Italiana, altrimenti, non sarebbe bastata nemmeno a pagare l'affitto!). Sono poi tornata assunta dalla UCSF nel 2003 e da allora sono venuta in Italia solo per vedere famiglia e amici.

Qual è la differenza tra la ricerca Italiana e quella Americana o estera in generale?
Qui ho trovato i mezzi per lavorare, fondi per portare avanti anche progetti a rischio e un sistema meritocratico che premia e stimola i piu' bravi. In poche parole: se produci, hai fondi quasi illimitati, ma se non produci, i tuoi fondi vengono dati a qualcun'altro che sapra' metterli a frutto. Sembra una cosa tanto semplice, ma in Italia non succede: i nostri pochi fondi si perdono in una miriade di sprechi, cosi' anche chi li farebbe fruttare ne riceve troppo pochi.
 
L'Italia non cura molto la ricerca scientifica, significa che abbiamo pochi mezzi per tenere in Italia le persone più vivaci, quelle che hanno voglia di affermarsi?
Nel nostro caro paese, ci sono persone valide, intelligenti, con idee brillanti, ma i mezzi a loro disposizione sono davvero pochi. Ci si arrabbatta con uno stipendio misero e si tenta di fare miracoli con i fondi che la generosita' degli Italiani da' a Telethon e AIRC (che Dio li benedica!).
 
Quelli che vanno via dall'Italia sono gli scienziati imprenditori o scienziati che non vogliono “marcire” sotto la burocrazia italiana?
Molti dei nostri ricercatori all'inizio della loro carriera fanno enormi sacrifici letteralmente per arrivare a fine mese. E si chiede loro di pensare solo alla scienza e a trovare la cura del secolo! Ma se non sanno nemmeno come pagare la bolletta della luce! Per non parlare poi della mancanza di soldi necessari a comprare reagenti e a pagare il personale. Da noi si va avanti con gli studenti che fanno gavetta in laboratorio per laurearsi. Quegli studenti non si pagano, percio' si tende a sfruttarli il piu' a lungo possibile, ma, una volta laureati (quando sanno davvero finalmente come lavorare), li si manda a casa perche' non si sa come pagarli: uno spreco di talenti e capacita'. Solo i piu' motivati (o quelli che hanno famiglie alle spalle che possono aiutarli economicamente) persistono nella ricerca di contratti a termine, nella speranza che si presenti "qualcosa di meglio". E questo, come ripeto, e' solo l'inizio di una carriera a tentoni. Io, dopo un dottorato in Genetica e Biologia Molecolare a Roma, ho deciso che forse valeva la pena vedere cosa ci fosse all'estero di diverso. Non pensavo minimamente di poter restare lontano da casa e famiglia per piu' di un anno. Non avevo velleita' di emigrante e non mi aspettavo grosse novita'. Speravo solo di prendere una boccata d'aria fresca dal clima pigro e pieno di frustrazioni dell'Universita' Italiana.

La tua ricerca su cosa tratta?
Sono approdata alla UCSF, University California San Francisco, nel laboratorio di Gerard Evan. Ho portato con me un progetto iniziato in Italia. Fin dai miei primi studi, mi sono interessata ad un gene coinvolto in moltissimi, se non tutti , i tumori umani. Questo gene si chiama Myc. La mia idea era di poter interferire con questo gene e usarlo come bersaglio in una terapia anti-tumorale. Durante i miei studi per la tesi di laurea e dottorato nel laboratorio di Sergio Nasi a Roma, avevo disegnato una molecola in grado di inibire Myc, chiamata Omomyc. E in America ho finalmente avuto l'occasione di provarne l'efficacia. Gerard mi chiedeva di lavorare anche su altri progetti, piu' in linea con il lavoro del suo laboratorio, ma mi dava anche la possibilita' di perseguire il mio progetto. Nel suo laboratorio, ho avuto la possibilita' di lavorare su modelli murini (topi) di tumori umani. Ho lavorato su cancro della pelle, del pancreas, dell'intestino e del polmone. I miei studi sul pancreas in collaborazione con Gerard, per esempio, hanno portato a grossi successi e pubblicazioni importanti, anche su Nature Medicine, la rivista piu' importante di Medicina nel mondo. Nel frattempo, su pelle e polmone, sono finalmente riuscita a testare Omomyc. E le cose sono andate davvero bene: l'inibizione di Myc causava immediata scomparsa dei tumori. L'altra piacevole sorpresa e' stata che, durante il trattamento, i topi stavano benissimo, mostrando lievissimi effetti collaterali in altri tessuti. In breve, Omomyc si dimostrava essere un'arma spietata contro i tumori, ma una terapia gentile su altri organi, una differenza enorme con le correnti chemio- e radio-terapie. E questi risultati sono stati pubblicati su Nature e sono rimbalzati anche su varie testate giornalistiche italiane, come un "successo Italiano", perche' nel lavoro ho incluso anche il mio mentore della tesi di Laurea e Dottorato, Sergio Nasi, che lavora ancora al CNR e con cui ho disegnato Omomyc. Questo da una parte mi fa davvero piacere, perche' sono contenta che si sappia anche a casa dei miei successi (che finora sono stati ignorati perche' non ho piu nessuna affiliazione con il CNR), dall'altra mi da' fastidio che la notizia sia spesso data in maniera scorretta, definendomi una "studentessa", "cervello in fuga", "membro del team di Sergio Nasi", ecc. Qualcuno ha addirittura scritto che Omomyc e' frutto di una ricerca condotta con "mille euro al mese"! Una bella barzelletta, insomma. Lo so io quanta fatica, nostalgia di casa, soldi, tempo e risorse sia costata!
Comunque, ne e' valsa la pena: il lavoro sta continuando, Omomyc sta per essere testato su altri tumori, le collaborazioni continuano e qualcuno (incluso il nostro laboratorio) sta pensando di disegnare un farmaco sul modello di Omomyc, perche' la "terapia gentile" diventi accessibile a pazienti al piu' presto.

Torneresti adesso in Italia per affrontare delle nuove sfide?
Tornare in Italia? Qualche volta ci penso. Come ho gia' detto, i miei affetti sono li'. Ma come fare? Sono appena stata a Roma, a parlare con qualcuno al CNR. La notizia e': i posti ci sarebbero, con mille euro al mese. E allora Omomyc tornerebbe ad essere una bella idea, con enorme potenziale, non protetta da brevetto (un altro motivo per non essere particolarmente appetibile a molti), ma solo una bella idea. L'Italia restera' sempre casa, ma ho l'impressione che il mio posto di lavoro sara' altrove e che io continuero' a fare la "pendolare degli affetti" con qualche altro posto del mondo.
 
Per approfondire:

giovedì, ottobre 30, 2008

Hack preoccupata per la ricerca

La famosa astrofisica toscana Margherita Hack, ha ricevuto dal Kiwanis Senigallia il titolo di membro onorario dell'associazione. Oggi come non mai, Margherita Hack è intervenuta sul futuro del nostro paese dopo una breve dissertazione sulla storia dell'astronomia moderna. L'astrofisica si è detto molto preoccupata delle ripercussioni che potrebbero avere i tagli del governo sulla ricerca italiana.
"Una riduzione che può inficiare le pur grandi qualità degli scienziati e ricercatori italiani che, dai tempi di Galileo hanno saputo essere un faro attivo nella storia del progresso scientifico".

mercoledì, aprile 02, 2008

Riflessioni sulla fisica


E’ diviso in due parti ben distinte il volume di Luigi Lugiato Divertirsi con la ricerca”: nella prima metà il fisico, docente presso l’università Insubria di Como, narra il suo percorso universitario, l’ avvicinamento al settore dell’ottica quantistica, definito uno dei ‘più interessanti e vivaci della fisica’; i traguardi professionali e i risultati scientifici raggiunti. Nella seconda, invece, abbandona la propria biografia per affrontare temi più generali. Inizia con il sottolineare il legame tra ricerca e creatività, concludendo che: ‘In generale, qualunque progresso scientifico coinvolge l’impiego della fantasia’. Passa quindi a esaminare contrapposizioni errate diffuse nella ricerca scientifica, quali quelle tra ricerca teorica e sperimentale, ricerca pura e applicata e, infine, tra interdisciplinarietà e specializzazione.
Un intero capitolo è dedicato alle considerazioni sullo stato della ricerca fisica italiana e ai problemi che la riguardano, dalla mancanza di meccanismi efficienti per il trasferimento tecnologico alle industrie all’assenza di finanziamenti adeguati, dalla scarsa importanza data nel nostro Paese alla valutazione dei risultati di ricerca all’ancora insufficiente autonomia dei nostri atenei. Non manca, infine, qualche pagina di consigli agli aspiranti ricercatori, ai quali raccomanda grande dedizione al lavoro e capacità di accettare qualche sconfitta. Un volume dal quale trapela la grande passione dell’autore per la fisica.
Un sentimento che, oltre ad avergli consentito di raggiungere risultati scientifici significativi, gli permette di cogliere con chiarezza le difficoltà che questa disciplina incontra quotidianamente in Italia, e che rischiano di farle perdere quel ruolo di eccellenza che dai tempi di Enrico Fermi ha ricoperto.