lunedì, luglio 20, 2009

Gli esseri umani sono impossibili per le scimmie?

Gli scimpnzè condividono il 98,4 per cento DNA, ma le differenze tra noi e loro sono ancora profonde, come argomenta un nuovo testo. Circa 50 anni fa, è accaduto qualcosa che ha radicalmente cambiato le nostre idee su ciò che significava essere umani. Una giovane segretaria, avventuratasi nella giungla africana, fu testimone di un fatto straordinario: uno scimpanzè che si fabbricava uno strumento da un filo d’erba per pescare le termiti. Jane Goodall era stata inviata in Tanzania dal Dr Louis Leakey, che alla sensazionale notizia, fece un’altrettanto sensazionale dichiarazione: "Ora dobbiamo ridefinire il termine ‘strumento’, ridefinire il termine ‘uomo’ oppure accettare gli scimpanzè come umani.”
Durante gli anni Sessanta, l’allora Dr Goodall, in seguito fondatrice del Jane Goodall Institute, ha scoperto molte somiglianze tra noi e gli scimpanzè: sanno usare strumenti di pietra; hanno una cultura rudimentale; le madri insegnano ai figli; provano emozioni simili alle nostre, come paura, tristezza, felicità e piangono per i loro cari perduti.  Successivamente, la ricerca genetica ha iniziato a puntellare la sua teoria che “la linea di separazione tra esseri umani e non umani, un tempo ritenuta molto netta, è divenuta sottile.” Sono spuntati movimenti cone il Great Ape Project, fondato nel 1993 dal bioetico Peter Singer, che sosteneva che alle scimmie devono essere garantiti certi diritti di base. E con lo sviluppo della mappa del genoma, la differenza genetica osservata tra gli esseri umani e gli scimpanzè, i nostri antenati viventi più prossimi, ha continuato a ridursi: è emerso che solo l’1,6 percento dei nostri geni era differente.  Questa attività ha portato a due conclusioni basilari: che uomini e scimmie non sono così diversi dopo tutto, e che se il 98,4 percento dei nostri geni era condiviso dagli scimpanzè, il restante 1,6 percento dovrebbe spiegare perché il nostro sviluppo sia differito in maniera così drammatica da quello dei nostri cugini.
Eppure un nuovo libro, pubblicato la scorsa settimana, attacca queste suppozioni. "Poichè siamo virtualmente identici dal punto di visto genetico, i primatologi sostengono che in senso logico gli scimpanzè siano molto vicini a noi dal punto di vista cognitivo," dice Jeremy Taylor, autore di Not a Chimp: The Hunt to Find the Genes that Make Us Human. "M’infurio all’idea di come quest’idea serpeggi nella cultura popolare." Taylor è particolarmente pungente sull’argomento dei diritti dei primati. "Non capisco perchè la conservazione delle grandi scimmie sia divenuto sinonimo di diritti umani e della loro somiglianza a noi, laddove la conservazione di milioni di altre specie non comporta questa fusione," dice. In questo gli fa eco il cronista Steve Jones, che sostiene che sia un errore applicare un concetto umano, come i diritti, a un animale: "Gli scimpanzè condividono il 98 percento del nostro DNA, ma le banane ne condividono il 50 percento, e noi non siamo per il 98 percento scimpanzè e per il 50 percento banane. Noi siamo completamente umani e unici."
Il lavoro della Goodall è stato seguito da un fiume di studi che dimostrano come le capacità mentali degli scimpanzè sembrino vicine alle nostre. Si ritiene che possano mostrare consapevolezza, come dimostrato da un test ormai divenuto un classico. I ricercatori mettono un macchia di colore sul muso dello scimpanzè senza che l’animale se ne accorga o sia in grado di vedere la macchia e poi gli danno uno specchio. I macachi e le altre scimmie reagiscono con aggressività alla loro immagine riflessa, come se vedessero un’altra creatura, mentre gli scimpanzè si siedono con calma e si strofinano via il colore.
Trentuno anni fa, due scienziati, David Premack e Guy Woodruff, hanno pubblicato un articolo da un seminario in cui si chiedevano se gli scimpanzè avessero quella che definivano la "Teoria della Mente": la capacità di comprendere che un altro essere umano ha pensieri e credenze, desideri e sentimenti. Poiché noi possediamo questa capacità, noi pensiamo che altre persone stiano pensando: non trattiamo i nostri simili come se fossero oggetti o automi che seguono una serie di regole.  La maggioranza degli scienziati che operano in questo campo sosterrebbe che gli scimpanzè non hanno la stessa capacità degli esseri umani di pensare come pensano gli altri, ma che, tuttavia, gli scimpanzè hanno comunque la stessa comprensione degli stati mentali. “è tempo che gli uomini la smettano di pensare che i loro parenti più prossimi reagiscono solo al comportamento,” dice il Dr. Josep Call, del Max Planck Institute per l’antropologia evolutiva a Lipsia, in Germania, che studia gli scimpanzè da molti anni. "Tutte le prove suggericono che comprendono sia gli scopi che le intenzioni degli altri nonchè la loro percezione e conoscenza."
Eppure ci sono degli scettici, primo tra tutti il Prof Daniel Povinelli dell’Università della Louisiana. In uno dei suoi esperimenti, gli scimpanzè venivano spinti a elemosinare cibo da uno tra due ricercatori. Uno indossava un secchio in testa, che gli impediva di vedere gli scimpanzè, l’altro invece no. Gli scimpanzè imploravano indistintamente l’uno o l’altro, il che indica che non erano in grado di capire quale dei due ricercatori potesse vederli. Sono stati questi problemi che hanno spinto Taylor a rivolgersi alla genetica per comprendere le differenze mentali e genetiche tra noi e gli scimpanzè. Per il suo nuovo libro, il produttore televisivo ha pescato tra gli studi più recenti e ha scoperto che queste differenze possono essere molto più grandi di quanto si ritenesse prima. Negli ultimi 5 anni, fa notare, la nostra comprensione della genetica è divenuta molto più sofisticata. Se è vero che può esserci una differenza di 1,6 percento nel genoma stesso, il modo in cui plasma le nostre menti e il nostro corpo è diverso. "L’elemento chiave, secondo me," dice Taylor, "è che quando si comparano gli scimpanzè e le grandi scimmie con gli esseri umani, si nota quanto maggiore espressione genetica ci sa negli esseri umani."
L’espressione genetica si ha quando alcuni geni soffocano o accelerano i processi chimici. Un team del Max Planck Institute ha dimostrato che nel cervello umano, il tasso dell’espressione genetica è di cinque volte maggiore. Un’altra ricerca ha dimostrato che il 90 percento dei geni del cervello umano sono “regolati verso l’alto” – ovvero, che hanno livelli maggiori di espressione genetica. Gran parte di questi geni sono associati con la velocità di trasmissione di impulsi nervosi o di produzione di energia per alimentare il cervello. Come dice Taylor, “Più grande, più veloce, più avido, più longevo – questa è la storia evolutiva del cervello umano.”
Un’altra differenza genetica tra noi e le scimmie è “la variazione nel numero di copie”. Questo avviene quando un gene viene copiato, inserito in un'altra parte del genoma eppure continua a lavorare. Per esempio, GLUD2 è un gene che governa un enzima coinvolto nella segnalazione nervosa al cervello. È comune a tutte le grandi scimmie, inclusi gli esseri umani – ma con noi, il gene è stato copiato, il che fa in modo che l’enzima lavori più velocemente. La risultante intensità neurologica, dice Taylor "è come scambiare un fucile a carica manuale con una mitragliatrice".
Insieme ad altre innovazioni genetiche, come le inversioni, in cui interi cromosomi vengono girati, e la combinazione di geni (in cui un gene controlla fino a 50 proteine), il golfo tra il cervello umano e quello dello scimpanzè comincia ad amplairsi drammaticamente. “Se sommi il tutto,” dice Taylor, "la somiglianza genetica tra uomini e scimpanzè scende all’87 percento.” Le differenze tra noi e gli scimpanzè sono concentrate nel nostro cervello, nel nostro sistema immunitario e nel nostro metabolismo, suggerendo un livello di unicità che ci distingue dalle altre creature. Eppure qualcuno non concorda. Il Prof. Frans de Waal, un primatologo della Emory University di Atlanta, ha scritto moltissimi libri, tra i quali, Our Inner Ape, in cui sostiene la continuità tra noi e le scimmie.
"La teoria evolutiva ci mostra che c’è una continuità tra tutte le forme di vita, inclusi gli esseri umani e gli altri animali," dice il Prof. de Waal. "Darwin è stato molto chiaro su questo e la moderna neuroscienza deve ancora trovare una qualunque area del cervello umano che non sia presente in quello degli scimpanzè. Se c’è un salto qualitativo tra le capacità mentali delle scimmie e degli esseri umani, la sfida di Taylor sarà di spiegare come noi ci siamo arrivati senza alcun cambiamento essenziale del cervello ad eccezione della dimensione.
"Certamente la tendenza degli ultimi decenni è stata il contrario: chi ha scommesso sulle somiglianze tra l’uomo e gli altri animali è stato confermato da prove continue. La pretesa dell’unicità umana è stata una battaglia persa."
Taylor concorda che gli scimpanzè "mostrano abilità fondamentalmente umane – per un certo grado hanno la capacità di fare matematica, di pensare in maniera astratta, di dimostrare altruismo, di fabbricare strumenti e di imitarsi a vicenda. Non c’è nulla che gli esseri umani sappiano fare che le scimmie non possano fare, anche se a livello più semplice."
Tuttavia, aggiunge, "stiamo parlando delle differenza tra usare un rametto come strumento e usare internet. Sono gli esseri umani ad avere la parola e il linguaggio, ad avere la cultura, l’arte, la musica, la scienza e la tecnologia. Sono gli umani che ricordano il passato e pianificano il futuro, che temono la morte e pagano le tasse. "A volte, in tutto queste discussioni scientifiche di somiglianza genetica e cognitiva, perdiamo di vista i fatti più importanti. "
Articolo originale tratto da Telegraph.co.uk

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