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martedì, luglio 05, 2011

La studiosa di scimpanzé Jane Goodall addestra i giovani milionari dell’Asia

La maggiore banca svizzera ha ‘arruolato’ la studiosa Jane Goodall, la massima esperta mondiale di scimpanzé, per dare lezioni di ecologia e filantropia ai figli dei propri clienti di Private banking a Singapore.

La Goodall, 77anni, che studia gli scimpanzé dal 1960 in Tanzania, ha tenuto una conferenza su come essere coscienti e condividere il benessere degli animali e ha parlato di diritti umani e su altri temi a giovani tra i 18 e i 25 anni nell'ambito di un programma di UBS destinato ai futuri eredi di clienti milionari.

lunedì, giugno 06, 2011

Diciamolo, è un brutto ambiente

Woo-a, woo-a, woo-a woo woo-a woo-a, ooo, ooo, ooooh: così la primatologa Jane Goodall ha aperto la sua audizione sul destino delle foreste al Parlamento statunitense. E' il saluto degli scimpanzé con i quali lei vive tra gli alberi di Gombe, in Tanzania; e ha spiegato la scienziata: "Se vogliamo continuare a sentirlo, fermiamo le seghe, le strade e le coltivazioni di olio di palma che stanno distruggendo le nostre foreste in tutto il mondo".


martedì, dicembre 21, 2010

Gli Scimpanzé

Uno dei vantaggi di lavorare allo zoo di Londra fu l’opportunità di lavorare con le scimmie. Sono sempre stato affascinato dalle scimmie perché sono così vicine a noi, e volevo vedere esattamente come ci assomigliavano e come differivano dagli esseri umani. Quando iniziai i miei studi sugli scimpanzé, lo zoo faceva ancora cosa del tipo “il tè degli scimpanzé” in cui scimpanzé erano vestiti e prendevano il tè e la gente rideva. Certe cose si vedono ancora oggi nelle pubblicità, in cui ci sono a volte scimpanzé vestiti come gli umani. Per me era un insulto tremendo. Lo scimpanzé forse non ha avuto lo stesso successo degli esseri umani ma sono riusciti a sopravvivere fino al XXI secolo e a dispetto delle minacce di estinzione, si è comportato molto meglio di altri nostri parenti più prossimi come tutti i rivali dell’homo sapiens che sono stati eliminati da nostri antenati. Siamo i soli sopravvissuti alla nostra genia, Perciò gli scimpanzé sono ammirevoli perché sono riusciti a sopravvivere e volevo scoprire di più sul loro comportamento. Fui fortunato perché fu l’occasione per unire due dei miei principali interessi, la pittura e gli scimpanzé.

Tratto da "Linguaggio Muto" di Desmond Morris - Di Renzo Editore

martedì, luglio 27, 2010

Possiamo cambiare

Abbiamo ancora tempo, ma presto giungeremo ad un bivio e dovremmo sapere scegliere cosa fare. Se riusciremo ad avere una massa critica di giovani che si rendano conto che la vita non è fatta solo di ricchezze materiali, allora credo che saremo ancora in tempo per cambiare direzione e salvare il pianeta.

E questo significherà anche salvare i nostri spiriti, perché credo che sia il peso dell’avidità di ricchezze materiali che ci fa prendere decisioni così sbagliate per il nostro futuro, che prendiamo pensando non al futuro dei nostri figli ma solo al nostro immediato benessere.

Ciò che ci differenzia dagli scimpanzé e dalle altre creature viventi è il nostro linguaggio sofisticato con il quale possiamo raccontare ai nostri figli il nostro remoto passato, ma anche i nostri piani per il futuro, discutere i problemi tra noi e risolverli grazie alla saggezza di tutto il gruppo. Lo possiamo fare parlando, guardando video, scrivendo.

Ma noi stiamo abusando di questo nostro grande potere, di essere dei saggi amministratori, e stiamo distruggendo il mondo. E in un certo senso questo è ancora più stupido, perché ormai abbiamo grande accesso all’informazione. Facciamo nascere e crescere i nostri figli in luoghi in cui l’acqua li avvelena, l’aria si fa ammalare, il cibo è contaminato, e questo non accade solo in zone remore del mondo. Accade anche a noi.
 
Tratto da "Cambiare il mondo in una notte" - Jane Goodall - Di Renzo Editore

lunedì, luglio 26, 2010

Cinquant'anni con gli scimpanzè

Cima Jane
“Se chiudo gli occhi, i primi giorni tornano così vividi. Riesco a ricordare così bene il senso di irrealtà che provavo mentre salivo a nord del lago Tanganika verso Gombe, oltrepassando le valli piene di foreste. Avrei trovato gli scimpanzé, mi chiedevo.”

Così inizia un articolo pubblicato domenica 25 luglio su La Repubblica. Jane Goodall autrice del libro “Cambiare il mondo in una notte”, ha 76 anni e il suo nome ricorda anche quello di un istituto con oltre venti sedi sparse per il mondo.

Nel 1950 l’antropologo Louis Leakey la mandò in Tanzania e l’allora giovane Jane non era ancora laureata. La sua scoperta rivoluzionò il modo di pensare all’uomo come essere supremo. La Goodall scoprì osservando per mesi gli scimpanzé che questi erano carnivori e erbivori come gli uomini e che costruivano utensili proprio come l’uomo.

L’esclamazione di Leakey passò alla storia: “Adesso dobbiamo ridefinire la nozione di utensile e la nozione di uomo, oppure dobbiamo accettare gli scimpanzé come umani”.

Ad ottobre uscirà un nuovo libro che ripercorrerà i 50 anni di Gombe. Ricorda che quando arrivò in Tanzania lavoravano e mangiavano accampati, mentre adesso ogni edificio è dotato di pannelli solari, che le mappe venivano disegnate grazie alle foto aeree mentre adesso usano il GPS, ma quando sale sul colle adesso a lei dedicato, riesce a sentire ancora le stesse emozioni dei primi giorni.

venerdì, luglio 31, 2009

La nota primatologa parla degli scimpanzè e di come salvare il pianeta.

Patt Morrison Asks del Los Angels Times ha intervistato la famosa primatologa Jane Goodall che ha ribadito per l'ennesima volta come si può salvare il mondo. L'intervista l'abbiamo tradotta sempre per i nostri lettori e siamo convinti che quello che è stato scritto su Cambiare il mondo in una notte, è sicuramente l'unico pensiero che la Goodall si porta dietro da ormai tantissimi anni. Con il minimo sforzo, con l'impegno di tutti si può e si deve cambiare il mondo...anche in una sola notte.
Gli scimpanzè e gli esseri umani hanno il 95% del DNA in comune. Se l’affinità e la consapevolezza contano qualcosa, Jane Goodall ne ha un pizzico in più. Nel suo ruolo di primatologa più famosa del mondo, il suo lavoro ha cambiato ciò che pensiamo dei nostri fratelli primati: creature che pensano, che hanno delle emozioni, che fabbricano strumenti, capaci di essere pacifisti e guerrafondai.
In origine facente parte delle “signore di Leakey”, consacrata cioè dal paleoantropologo Louis B. Leakey, Jane Goodall torna due volte l’anno dai suoi scimpanzè di Gombe, in Tanzania. In un mondo fatto di celebrità momentanea, lei è rimasta famosa ed influente. E nonostante sia affetta dalla cosidetta “prosopoagnosia”, che le rende difficile riconoscere i volti, lei è al contrario immediatamente riconoscibile, la lunga, bianca coda di cavallo ingrigita dai suoi 75 anni.
Di recente, dopo l’incontro con il sindaco Antonio Villaraigosa e la sua compagna, Lu Parker, in South Africa, la Parker ha dichiarato: "Ho incontrato Jane Goodall. Dice che la sua non è una battaglia per i diritti degli animali, ma per la responsabilità umana. Per me è stata un’illuminazione. " A settembre uscirà il nuovo libro di Jane Goodall, "Hope for Animals and Their World".
Sono passati quasi 50 anni da quando Jane e sua madre sono sbarcate in Africa – le autorità britanniche infatti non avevano consentito a una ragazza così giovane di viaggiare da sola – per vagare nelle valli boschive chiedendosi come poter trovare uno scimpanzè da studiare. Questa, come si è poi scoperto, è stata la parte più facile.
Gli scimpanzè le hanno insegnato a pensare alle persone in maniera diversa?
Imparare a conoscere gli scimpanzè mi ha aiutato a visualizzare meglio i milioni di anni di evoluzione umana e in certa misura a comprendere il perchè ci comportiamo in questo modo. E considerando che sono così simili a noi in molti modi, qual è la differenza principale? Abbiamo sviluppato il linguaggio parlato che ci consente di insegnare, e di pianificare un futuro lontano.
Perchè gli esseri umani resistono così tanto all’idea di una loro parentela con gli animali, persino con i primati?
Era quello che facevano certe persone, un po’ “animalesche”, quando ho inziato. Pensavano che gli esseri umani sono di tipo e grado totalmente differente e separato rispetto agli animali. Io non l’ho mai pensata così. E ho decisamente assistito al mutamento. Ma c’è un’enorme resistenza all’idea che gli animali hanno emozioni, sentimenti, da parte di chiunque sia coinvolto nella ricerca invasiva – chi mette gli animali in gabbia e fa esperimenti su di loro, oppure chi lavora nell’industria della carne. È molto più facile essere cattivi verso queste creature se si pensa che non hanno sentimenti propri. Sono ancora usate per gli spettacoli o come animali da compagnia – basta guardare Michael Jackson e Bubbles. L’uso degli scimpanzè nell’intrattenimento significa che il cucciolo è stato sottratto alla madre, e che non avrà mai una vita normale. Quando crescono, vanno a finire alla ricerca medica, o in qualche zoo pidocchioso nei paesi sviluppati. Purtroppo c’è ancora chi li trova carini e non sa assolutamente nulla, zero, sulla loro vita allo stato selvaggio.
È questo il motivo dei suoi consigli agli zoo, su come migliorare l’habitat degli scimpanzè?
Alcuni tipi di cattività andrebbero aboliti. Ma laddove ci sono scimpanzè in cattività, dovremmo fare del nostro meglio per loro. Potrei dire: “Gli zoo sono una brutta cosa, non me potrebbere fregare di meno di quello che possiamo fare per questi scimpanzè perchè non dovrebbero stare in uno zoo.” Ma non sarebbe di grande aiuto per gli scimpanzè che si trovano negli zoo.
Con il programma Roots and Shoots lei ha esteso il suo lavoro oltre scimpanzè, al loro habitat, e dunque alla salute del pianeta. Perché?
Viaggiavo intorno al mondo per parlare delle questioni che riguardano gli scimpanzè e di come tutto sia collegato, di come dobbiamo preoccuparci delle foreste perchè sequestrano carbonio che contribuisce al cambiamento climatico, ecc., ecc. Non ha senso – che ci impegnamo per tutta la vita a salvare un animale o il suo habitat - se allo stesso tempo non aiutiamo le nuove generazioni a diventare amministratori migliori di quanto lo siamo stati noi. Perciò Roots and Shoots riguarda tutti i progetti che rendono il mondo migliore: per le persone, per gli animali e per l’ambiente. Ormai ha raggiunto 110 paesi con oltre 10.000 gruppi coinvolti.
Allora, cosa possono fare gli esseri umani?
Dico sempre: "Se perdessimo appena un pò più di tempo a conoscere le conseguenze delle scelte che facciamo ogni giorno, cosa compriamo, cosa mangiamo, cosa indossiamo, come interagiamo con le persone e con gli animali – e iniziare a fare scelte più consapevoli, sarebbe più un bene che un male.”
È più ottimista dopo 50 anni di lavoro rispetto a quando ha cominciato?
Quando ho cominciato non c’era bisogno di preoccuparsi. Tutte le cose terribili a livello ambientale sono iniziate solo dopo la seconda guerra mondiale. Ora le cose stanno davvero male. Penso che siamo vicini al punto di non ritorno, ma ancora non ci siamo arrivati. Il tema centrale del mio nuovo libro è proprio questo, che è possibile capovolgere la situazione se c’è la volontà politica.
Si dice che il suo amore per gli scimpanzè sia iniziato con i racconti di Tarzan e con un peluche di nome Jubilee?
È tutto vero. Amo gli animali da quando ho iniziato a gattonare. Avevo Jubilee, che non era proprio un giocattolo adatto a un bambino. In effetti gli amici di mia madre le dicevano che avrei avuto degli incubi. Ma non era brutto, solo che sembrava un vero scimpanzè. E poi mi piaceva il "Dottor Dolittle" che sapeva parlare con gli animali. Era quello che volevo fare più di ogni cosa al mondo.
Ha eseguito l’urlo dello scimpanzè in tutto il mondo. Qual è la persona più improbabile che ha persuaso ad unirsi a lei in questo richiamo?
L’ho fatto di fronte a presidenti e regine, ma non so se si siano uniti a me. Sono troppo imbarazzati, troppo impacciati.
Nella cultura popolare, qual è la descrizione di se stessa che preferisce?
Oh, un cartone di Gary Larson con due scimpanzè che fanno il grooming. La femmina trova un capello sul maschio e gli dice: “Un’altro capello biondo. Ha di nuovo fatto “ricerche” con quella Jane Goodall? "

venerdì, luglio 24, 2009

Domanda e risposta con Jane Goodall

Abbiamo trovato in giro nella rete questa lunga intervista a Jane Goodall da parte di Glenn Close. L'abbiamo letta, è un'intervista che racconta una Jane Goodall leggermente diversa, sapevamo che era a difesa di tutti gli animali e abbiamo anche scoperto che è una grande amante dei cani. Ci è piaciuta molto e l'abbiamo tradotta sempre per i nostri lettori. Buona lettura.
Fonte originale: Fetchdog.com
Due estati fa, mio marito David e io abbiamo ospitato Jane Goodall nella nostra casa del Maine per quattro giorni. È stata un’esperienza indimenticabile.
Suppongo che il carisma sia la caratterisca centrale di chi è destinato a divenire un’icona globale, ma le mie prime impressioni di Jane non avevano colto la sua passione e la sua tenacia. Nella nostra casa si muoveva una presenza grande, semplice, senza pretese. I suoi lunghi capelli grigi erano semplicemente legati all’indietro in una coda di cavallo. Il suo volto luminoso e sincero era privo di trucco. La cosa che mi ha colpito per prima è stata la sua voce. Jane parlava dolcemente con un raffinato accento inglese. Nei giorni successivi ho osservato come fosse abile a calibrare la voce alla dimensione del gruppo cui si rivolgeva – rendendola sufficientemente alta da costringere i suoi ascoltatori a chinarsi verso di lei per non perdere una parola. È stato magnetico. L’altra cosa che ho notato è stata una certa malizia che le brillava negli occhi. Non ha lo sguardo dell’allarmista pessimista; il suo sguardo è pieno di energia e di speranza. Io e David abbiamo subito imparato quanto le piaccia ridere e quanto gradisca un bicchiere di buono Scotch di tanto in tanto.
Ho due cari ricordi del tempo trascorso con Jane. Il primo è quando David l’ha portata ad una cena di lavoro a cavallo della sua Harley; Jane rideva felice, tenendo stretto al petto la sua mascotte, una scimmietta giocattolo, Mr. H., mentre rombavano giù per la strada. Il secondo è stato quando l’abbiamo portata sulle scogliere non lontano dalla nostra casa, dove l’oceano si rompe contro massicce lastre di granito, come solo se ne vedono sulla costa del Maine. Per un momento, abbiamo sorseggiato in silenzio il nostro Scotch, al chiaro di luna, ascoltando il mare. Mentre guardavo Jane osservare il cielo, ho pensato subito a tutti i cieli notturni di cui è stata testimone, in tutti i luoghi remoti in cui ha trascorso gran parte della sua vita. E ho pensato al rigoroso impegno, alla tenacia del suo spirito, all’empatia e all’energia assoluta che spingono questa donna affascinante e senza pretese ad essere uno dei più grandi difensori delle specie in pericolo e dell’ambiente.
Dire che sono fiera di aver ospitato Jane a casa mia è dir poco. Informatevi sul Jane Goodall Institute, soprattutto sulla sua organizzazione globale Roots & Shoots che ci insegna cosa possiamo fare – tutti, proprio qui, nelle nostre comunità – per fare la differenza.

Glenn Close: La sua curiosità per il modo in cui gli animali e gli esseri umano si influenzano a vicenda dura da una vita. Gli scimpanzè ovviamente hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, ma che mi dice dei cani – la specie che convive più da vicino con l’uomo? Secondo lei, perché gli esseri umani sono stati così legati ai cani nel corso dei millenni?
Jane Goodall: Mi riesce facile credere che ci sia una relazione simbiotica tra i lupi, da cui discendono tutti i cani, e i nostri primi antenati. Gli esseri umani andavano a caccia e i lupi ricevevano del cibo e in cambio proteggevano l’uomo da altri predatori, come ad esempio gli orsi. (I lupi riescono a cacciare persino i grizzly). Ci sono sempre più prove dello stretto legame che esisteva un tempo – e forse ancora oggi - tra lupi e i nativi d’America, ma anche con i primi abitanti della nazione. A quanto pare questa relazione si è tramandata.
GC: Qual è il primo cane di cui ha ricordo?
JG: I miei genitori avevano Peggy, un bull terrier bianco. L’adoravo. Il postino invece no. Ne era terrorizzato. Gli mordeva i pantaloni – probabilmente per proteggermi e la mamma doveva ricomprargliene di nuovi. Alla fine l’abbiamo data via, ed è divenuta la mascotta viziata e adorata di un reggimento britannico.
GC: Ha avuto un cane tutto suo da piccola?
JG: Quando avevo 10 anni mi sono innamorata di un cucciolo di cocker. All’epoca costava 18 ghinee. Non avevamo soldi, ma avevo ereditato un’antica casa delle bambole. Mia madre mi ha permesso di venderla per comparare Chase, come l’ho poi chiamato. L’adoravo. Pochi mesi dopo è stato investito da un’auto ed è morto. Fui devastata per molto tempo. La prima foto che ho messo in una vecchia scatola di biscotti è stata quella di Chase.
GC: Il suo rapporto con i cani è stato diverso da quello con gli altri animali?
JG: I cani sono nostri amici e compagni. Si fidano di noi, sono affettuosi e leali. E indulgenti. Il mio rapporto con gli scimpanzè è del tutto diverso. Li rispetto e ci fidiamo gli uni dell’altra. Quando un mio conoscente a Dar es Salaam mi ha trovato a piangere perché uno dei miei cani era molto malato, mi ha detto in maniera sarcastica: “Se fai così per un cane (ovvero “solo un cane”, era implicito), cosa farai quando si tratterà di uno dei tuoi adorati scimpanzè?” È piuttosto diverso. Sono dispiaciuta per gli scimpanzè e cerco di aiutarli. Ma non si aspettano nulla da me. Il cane invece si fida, è come un bambino, se è malato o spaventato si aspetta che tu faccia tutto quanto è necessario. E se non puoi, ti senti come se lo avessi tradito.
GC: Secondo te, i cani cosa amano più di te?
JG: Li tratto come se fossero di se stessi. Non li “posseggo”, nel senso che il loro spirito è libero. La disciplina è importante – hanno bisogno di sapere quali sono le regole. Vogliono compiacere. Una volta che sono disciplinati sono liberi all’interno di quello spazio. Possono andare con te ovunque (se i cani sono ammessi). E poi li comprendo nel loro modo di comunicare. So che se un cane ansima è una forma di comunicazione (a meno che non sia dopo che ha fatto esercizio). Il cane vuole qualcosa – di solito vuole uscire a fare pipì.
GC: In generale, cos’è che ammiri di più nei cani?
JG: Ammiro il fatto che sono leali, che hanno tanto amore da dare e che sanno perdonare. Raramente sono disonesti. E li ammiro perché vivono il momento ed esprimono una gioia totale quando gli si anticipa una passeggiata, un gioco o un pasto.
GC: Qual è il cane più straordinario che ha conosciuto?
JG: È stato senza dubbio Rusty. È stato il mio compagno d’infanzia. Facevamo tutto insieme. Mi ha insegnato che gli animali hanno personalità, mente ed emozioni. Non era neanche mio, a dire il vero. Era un bastardo che apparteneva ad un albergo dietro l’angolo, ma si presentava tutte le mattine alle 6.30 e abbaiava per entrare. Tornava a casa solo per pranzo e per cena. Alla fine gli dicevamo di andarsene a casa quando era ora di andare a letto. I suoi “proprietari” lo sapevano e non gliene importava nulla. Non sarei mai potuta partire per l’Africa se Rusty fosse stato vivo. Non avrei mai potuto vivere con un tale senso di tradimento. Era già abbastanza triste andare a scuola per un giorno oppure per una settimana, quando lavoravo a Oxford o a Londra.
GC: Ha mai visto un cane avere un rapporto speciale con uno scimpanzè?
JG: Sono molto affascinata da questo aspetto. Tutti i cani che ho conosciuto hanno avuto l’opportunità di entrare in rapporto con uno scimpanzè in cattività e ci sono riusciti. Il libro che ho scritto, Ricky and Henri, è una storia vera. Uno scimpanzè orfano di 5 anni, che abbiamo salvato, giocava con enorme rottweiler. Gli tirava le orecchie e gli infilava le dita negli occhi. A volte lo faceva persino piangere. Però non gli ha mai fatto del male, se non accidentalmente.
GC: Se all’improvviso potesse parlare il linguaggio dei cani, quale sarebbe la prima cosa che direbbe loro?
JG: Dipende dal cane. Se dovessi parlare ai cani in generale, mi scuserei per il comportamento crudele che così spesso subiscono da parte dell’uomo.
GC: Se fosse un cane, di che razza sarebbe?
JG: Un bastardino con l’esperienza della strada, ma con una buona casa. Come il Vagabondo di Lilly e il vagabondo, il mio film Disney preferito.
GC: Ha mai sposato coscientemente qualche comportamento animale che ha osservato quando si è trovata in una situazione difficile o che la spaventava?
JG: No, non mi è mai capitato.
GC: Secondo lei qual è l’errore più comune che la gente fa con i cani?
JG: Pensare che si possa lasciarli da soli tutto il giorno, giorno dopo giorno.
GC: A quali aspetti del comportamento fa più attenzione quando incontra un cane per la prima volta?
JG: Prima cerco di scoprirne la storia e gli guardo gli occhi. Ti guarda dritto negli occhi? Oppure si volta subito. Qual è la sua espressione? Come sono le orecchie? Che movimenti fa con la coda?
GC: Qual è la cosa più importante che i nuovi proprietari di un cane dovrebbero sapere?
JG: La storia del cane. Che ha bisogno di compagnia e di amore. Che vorrà compiacere. L’addrestramento deve avvenire attraverso delle ricompense, e non con le punizioni. – a meno che non si tratti del tono di voce. Alcuni cani si accontentano di una carezza, di una parola di lode. Altri invece preferiscono qualche dolcetto. Il cane non si comporterà mai bene se viene lasciato solo tutto il giorno. E poi dovrebbe uscire almeno tre volte al giorno.
GC: Crede che ci siano cani cattivi per natura, o si tratta di un comportamento che viene appreso?
JG: Credo che alcuni cani tendano ad essere più aggressivi di altri.
GC: Perché i cani sono così leali e indulgenti?
JG: Discendono da animali che vivono in branco. Noi siamo il loro “branco”. È importante che siano accettati. I lupi sono leali al capobranco e si ammasiscono e cercano il perdono se c’è stata un’aggressione. Vogliono essere parte del branco da cui dipendono.
GC: In che stato si trovano i cani selvatici in Africa? Il Jane Goodall Institute è impegnato nella loro tutela?
JG: Sono in grave pericolo, forse sono 3000 e hanno lasciato molti dei paesi in cui vivevano un tempo. L’Istituto non è direttamente coinvolto in questo campo. Indirizzo i membri di Roots & Shoots che sono interessati a questo tema verso il sito di Greg Rassmussen e dei suoi collaboratori (www.painteddog.org), che studiano e lavorano per la tutela del cane selvatico. Si possono comprare dei deliziosi modellini fatti con il filo spinato delle trappole confiscate. Al momento però non sono pubblicizzati sul loro sito.
GC: Qual è il dono più prezioso gli animali fanno all’uomo?
JG: L’umiltà. Ci aiutano a capire che siamo parte di un regno meraviglioso, quello degli animali. Ci insegnano che ci sono molti modi di ottenere la stessa cosa. Roots & Shoots ha membri in tutto il mondo che lavorano appassionatamente per aiutare i cani randagi in moltissimi modi. Ora stiamo facendo molto in Cina, ad esempio.

lunedì, luglio 20, 2009

Gli esseri umani sono impossibili per le scimmie?

Gli scimpnzè condividono il 98,4 per cento DNA, ma le differenze tra noi e loro sono ancora profonde, come argomenta un nuovo testo. Circa 50 anni fa, è accaduto qualcosa che ha radicalmente cambiato le nostre idee su ciò che significava essere umani. Una giovane segretaria, avventuratasi nella giungla africana, fu testimone di un fatto straordinario: uno scimpanzè che si fabbricava uno strumento da un filo d’erba per pescare le termiti. Jane Goodall era stata inviata in Tanzania dal Dr Louis Leakey, che alla sensazionale notizia, fece un’altrettanto sensazionale dichiarazione: "Ora dobbiamo ridefinire il termine ‘strumento’, ridefinire il termine ‘uomo’ oppure accettare gli scimpanzè come umani.”
Durante gli anni Sessanta, l’allora Dr Goodall, in seguito fondatrice del Jane Goodall Institute, ha scoperto molte somiglianze tra noi e gli scimpanzè: sanno usare strumenti di pietra; hanno una cultura rudimentale; le madri insegnano ai figli; provano emozioni simili alle nostre, come paura, tristezza, felicità e piangono per i loro cari perduti.  Successivamente, la ricerca genetica ha iniziato a puntellare la sua teoria che “la linea di separazione tra esseri umani e non umani, un tempo ritenuta molto netta, è divenuta sottile.” Sono spuntati movimenti cone il Great Ape Project, fondato nel 1993 dal bioetico Peter Singer, che sosteneva che alle scimmie devono essere garantiti certi diritti di base. E con lo sviluppo della mappa del genoma, la differenza genetica osservata tra gli esseri umani e gli scimpanzè, i nostri antenati viventi più prossimi, ha continuato a ridursi: è emerso che solo l’1,6 percento dei nostri geni era differente.  Questa attività ha portato a due conclusioni basilari: che uomini e scimmie non sono così diversi dopo tutto, e che se il 98,4 percento dei nostri geni era condiviso dagli scimpanzè, il restante 1,6 percento dovrebbe spiegare perché il nostro sviluppo sia differito in maniera così drammatica da quello dei nostri cugini.
Eppure un nuovo libro, pubblicato la scorsa settimana, attacca queste suppozioni. "Poichè siamo virtualmente identici dal punto di visto genetico, i primatologi sostengono che in senso logico gli scimpanzè siano molto vicini a noi dal punto di vista cognitivo," dice Jeremy Taylor, autore di Not a Chimp: The Hunt to Find the Genes that Make Us Human. "M’infurio all’idea di come quest’idea serpeggi nella cultura popolare." Taylor è particolarmente pungente sull’argomento dei diritti dei primati. "Non capisco perchè la conservazione delle grandi scimmie sia divenuto sinonimo di diritti umani e della loro somiglianza a noi, laddove la conservazione di milioni di altre specie non comporta questa fusione," dice. In questo gli fa eco il cronista Steve Jones, che sostiene che sia un errore applicare un concetto umano, come i diritti, a un animale: "Gli scimpanzè condividono il 98 percento del nostro DNA, ma le banane ne condividono il 50 percento, e noi non siamo per il 98 percento scimpanzè e per il 50 percento banane. Noi siamo completamente umani e unici."
Il lavoro della Goodall è stato seguito da un fiume di studi che dimostrano come le capacità mentali degli scimpanzè sembrino vicine alle nostre. Si ritiene che possano mostrare consapevolezza, come dimostrato da un test ormai divenuto un classico. I ricercatori mettono un macchia di colore sul muso dello scimpanzè senza che l’animale se ne accorga o sia in grado di vedere la macchia e poi gli danno uno specchio. I macachi e le altre scimmie reagiscono con aggressività alla loro immagine riflessa, come se vedessero un’altra creatura, mentre gli scimpanzè si siedono con calma e si strofinano via il colore.
Trentuno anni fa, due scienziati, David Premack e Guy Woodruff, hanno pubblicato un articolo da un seminario in cui si chiedevano se gli scimpanzè avessero quella che definivano la "Teoria della Mente": la capacità di comprendere che un altro essere umano ha pensieri e credenze, desideri e sentimenti. Poiché noi possediamo questa capacità, noi pensiamo che altre persone stiano pensando: non trattiamo i nostri simili come se fossero oggetti o automi che seguono una serie di regole.  La maggioranza degli scienziati che operano in questo campo sosterrebbe che gli scimpanzè non hanno la stessa capacità degli esseri umani di pensare come pensano gli altri, ma che, tuttavia, gli scimpanzè hanno comunque la stessa comprensione degli stati mentali. “è tempo che gli uomini la smettano di pensare che i loro parenti più prossimi reagiscono solo al comportamento,” dice il Dr. Josep Call, del Max Planck Institute per l’antropologia evolutiva a Lipsia, in Germania, che studia gli scimpanzè da molti anni. "Tutte le prove suggericono che comprendono sia gli scopi che le intenzioni degli altri nonchè la loro percezione e conoscenza."
Eppure ci sono degli scettici, primo tra tutti il Prof Daniel Povinelli dell’Università della Louisiana. In uno dei suoi esperimenti, gli scimpanzè venivano spinti a elemosinare cibo da uno tra due ricercatori. Uno indossava un secchio in testa, che gli impediva di vedere gli scimpanzè, l’altro invece no. Gli scimpanzè imploravano indistintamente l’uno o l’altro, il che indica che non erano in grado di capire quale dei due ricercatori potesse vederli. Sono stati questi problemi che hanno spinto Taylor a rivolgersi alla genetica per comprendere le differenze mentali e genetiche tra noi e gli scimpanzè. Per il suo nuovo libro, il produttore televisivo ha pescato tra gli studi più recenti e ha scoperto che queste differenze possono essere molto più grandi di quanto si ritenesse prima. Negli ultimi 5 anni, fa notare, la nostra comprensione della genetica è divenuta molto più sofisticata. Se è vero che può esserci una differenza di 1,6 percento nel genoma stesso, il modo in cui plasma le nostre menti e il nostro corpo è diverso. "L’elemento chiave, secondo me," dice Taylor, "è che quando si comparano gli scimpanzè e le grandi scimmie con gli esseri umani, si nota quanto maggiore espressione genetica ci sa negli esseri umani."
L’espressione genetica si ha quando alcuni geni soffocano o accelerano i processi chimici. Un team del Max Planck Institute ha dimostrato che nel cervello umano, il tasso dell’espressione genetica è di cinque volte maggiore. Un’altra ricerca ha dimostrato che il 90 percento dei geni del cervello umano sono “regolati verso l’alto” – ovvero, che hanno livelli maggiori di espressione genetica. Gran parte di questi geni sono associati con la velocità di trasmissione di impulsi nervosi o di produzione di energia per alimentare il cervello. Come dice Taylor, “Più grande, più veloce, più avido, più longevo – questa è la storia evolutiva del cervello umano.”
Un’altra differenza genetica tra noi e le scimmie è “la variazione nel numero di copie”. Questo avviene quando un gene viene copiato, inserito in un'altra parte del genoma eppure continua a lavorare. Per esempio, GLUD2 è un gene che governa un enzima coinvolto nella segnalazione nervosa al cervello. È comune a tutte le grandi scimmie, inclusi gli esseri umani – ma con noi, il gene è stato copiato, il che fa in modo che l’enzima lavori più velocemente. La risultante intensità neurologica, dice Taylor "è come scambiare un fucile a carica manuale con una mitragliatrice".
Insieme ad altre innovazioni genetiche, come le inversioni, in cui interi cromosomi vengono girati, e la combinazione di geni (in cui un gene controlla fino a 50 proteine), il golfo tra il cervello umano e quello dello scimpanzè comincia ad amplairsi drammaticamente. “Se sommi il tutto,” dice Taylor, "la somiglianza genetica tra uomini e scimpanzè scende all’87 percento.” Le differenze tra noi e gli scimpanzè sono concentrate nel nostro cervello, nel nostro sistema immunitario e nel nostro metabolismo, suggerendo un livello di unicità che ci distingue dalle altre creature. Eppure qualcuno non concorda. Il Prof. Frans de Waal, un primatologo della Emory University di Atlanta, ha scritto moltissimi libri, tra i quali, Our Inner Ape, in cui sostiene la continuità tra noi e le scimmie.
"La teoria evolutiva ci mostra che c’è una continuità tra tutte le forme di vita, inclusi gli esseri umani e gli altri animali," dice il Prof. de Waal. "Darwin è stato molto chiaro su questo e la moderna neuroscienza deve ancora trovare una qualunque area del cervello umano che non sia presente in quello degli scimpanzè. Se c’è un salto qualitativo tra le capacità mentali delle scimmie e degli esseri umani, la sfida di Taylor sarà di spiegare come noi ci siamo arrivati senza alcun cambiamento essenziale del cervello ad eccezione della dimensione.
"Certamente la tendenza degli ultimi decenni è stata il contrario: chi ha scommesso sulle somiglianze tra l’uomo e gli altri animali è stato confermato da prove continue. La pretesa dell’unicità umana è stata una battaglia persa."
Taylor concorda che gli scimpanzè "mostrano abilità fondamentalmente umane – per un certo grado hanno la capacità di fare matematica, di pensare in maniera astratta, di dimostrare altruismo, di fabbricare strumenti e di imitarsi a vicenda. Non c’è nulla che gli esseri umani sappiano fare che le scimmie non possano fare, anche se a livello più semplice."
Tuttavia, aggiunge, "stiamo parlando delle differenza tra usare un rametto come strumento e usare internet. Sono gli esseri umani ad avere la parola e il linguaggio, ad avere la cultura, l’arte, la musica, la scienza e la tecnologia. Sono gli umani che ricordano il passato e pianificano il futuro, che temono la morte e pagano le tasse. "A volte, in tutto queste discussioni scientifiche di somiglianza genetica e cognitiva, perdiamo di vista i fatti più importanti. "
Articolo originale tratto da Telegraph.co.uk

mercoledì, maggio 20, 2009

Nuove idee per il parco

Il Parco Nazionale Gombe Stream forse non è tra i parchi più conosciuti dai turisti in cerca di avventure africane. E' un'area montagnosa, una striscia di circa cinquemila ettari, che ne fa il parco più piccolo della Tanzania, situato subito accanto alle sponde del lago Tanganika e accessibile solo con imbarcazioni. Il parco è stato istituito nel 1968; è ricco di specie di uccelli e di scimmie, ma la sua finalità principale è la protezione degli Scimpanzé e delle foreste di media montagna, che costituiscono l'habitat di questa specie, purtroppo minacciata di estinzione.
La comunità di Scimpanzé di Gombe è divenuta famosa, e non solo tra gli addetti ai lavori, per il fatto di essere stata oggetto, per circa quaranta anni, delle ricerche sul campo di Jane Goodall, la zoologa inglese che ha dedicato la sua vita allo studio di questi animali. Grazie alla fondazione Goodall è in atto una campagna mondiale per la tutela di questi straordinari primati, il cui patrimonio genetico è il più simile a quello degli esseri umani. Tuttavia, il Parco e gli sforzi della Fondazione non sono sufficienti a garantire la sopravvivenza della comunità di scimpanzé, costituita oggi da circa cento individui, meno di un terzo di quanti ve ne erano quando la Goodall ha iniziato le sue ricerche.
Come è facile capire, le scimmie non riconoscono i confini del parco: il territorio forestale tutt'intorno a Gombe, che costituisce circa il cinquanta percento della superficie necessaria ad una conservazione ottimale della specie, è oggetto di profonde trasformazioni dovute al disboscamento. Nei loro spostamenti gli animali non solo diventano preda di bracconieri, ma non trovano più le condizioni ambientali adatte alla loro sopravvivenza. Inoltre, il permanere sempre nella stessa area, senza avere la possibilità di incontrare altri scimpanzé appartenenti ad altre popolazioni, causa l'indebolimento del gruppo di Gombe per i troppi incroci tra consanguinei.
Fonte: Parks.it

giovedì, ottobre 23, 2008

Cambiare il mondo in una notte

Jane Goodall che anche questo sogno è possibile. Se ognuno di noi compie un piccolo passo e lascia anche una sola impronta il mondo può essere cambiato in una sola notte. In questo piccolo volume che fa parte della collana I Dialoghi, Jane Goodall racconta la sua affascinante vita da quando arrivò giovanissima a Gombe fino ad oggi passando per il dramma delle torri gemelle crollate il fatidico 11 settembre.